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Sia
la superficie coltivata che la produzione di Zafferano
dell’Aquila sono ben modeste rispetto a quelle
di altre zone del mondo ma tale zafferano merita
la massima considerazione per le caratteristiche
bio-agronomiche del germoplasma e per quelle culinarie/gastronomiche
derivanti dalle pregiatissime qualità organolettiche.
Le analisi sotto
riportate sono state eseguite nel Laboratorio Analisi
Chimiche dei Prodotti Alimentari, Facoltà
di Scienze Agrarie Università di Milano nell’ambito
del Programma Finalizzato MAF: Piante Officinali
Italiane.
L’analisi
chimica dello Zafferano dell’Aquila ha evidenziato
la seguente composizione:
Sostanze azotate: 11-13%
Olio volatile: 0,3-2%
Sostanze grasse: 3-8%
Zuccheri: 12-15%
Sostanze non azotate: 41-44%
Cellulosa: 4-7%
Ceneri: 4-8%
I principi attivi sono rappresentati dalla crocina
(è l’estere di gentobiosico della crocetina;
per idrolisi si scinde in D-glucosio e crocetina),
dalla picrococina e dal safranale.
Potere colorante
Crocina e crocetina
sono responsabili dell’attività colorante.
Il potere colorante
è stato determinato mediante assorbimento
spettrofotometrico a 440nm di una soluzione all’1%
di stimmi finemente macinati in acqua/alcol etilico
9 a 1. Questi sono i risultati dell’analisi:

Potere aromatico
Il
safranale è responsabile del potere aromatico
dello zafferano.
La picrocrocina è un glucoside amaro che
per idrolisi si scinde in D-glucosio e in safranale.
Il safranale è l’aldeide terpenica
che si forma durante l’essiccamento e la conservazione
del prodotto che contribuisce, tra i costituenti
volatili, alle qualità dell’aroma.
Per la valutazione del potere aromatico è
stato determinato il contenuto di safranale attraverso
una gascromatografica previa distillazione in corrente
di vapore. Il valore medio è intorno al 4%.
Inoltre,
lo Zafferano dell’Aquila è una spezia
ricchissima di antiossidanti e la cottura non ne
altera le caratteristiche. Gli antiossidanti derivano
dalla crocetina, dalla crocina e dalla picrocrocina
cioè da quei principi attivi che ne determinano
il potere colorante e che appartengono alla famiglia
dei carotenoidi. Nello zafferano il contenuto di
carotenoidi è dell’8% contro lo 0.008%
della carota che è riconosciuto come uno
dei vegetali naturali più ricco di tale sostanza.
Per avere gli stessi livelli di carotenoidi nel
sangue e quindi per sprigionare i relativi effetti
antiossidanti derivanti da 0,5 grammi di zafferano
sarebbe necessario mangiare 3 etti di pomodori,
2 etti di carote, 3 etti di peperoni e 2 etti di
spinaci! In generale, l’attività antiossidante
dei caroteni, combattendo i radicali liberi, protegge
contro l’invecchiamento e probabilmente ha
anche effetti antitumorali.

Altri
elementi preziosi presenti nello zafferano sono
la Vitamina B1 (antiossidante e necessaria per la
crescita), la Vitamina B2 (utile alle cellule nella
fase di scambio di ossigeno e per attivare il metabolismo).
L’apporto
calorico dello zafferano è praticamente nullo
in quanto 1 grammo di zafferano (utile per preparare
circa 12 piatti di riso alla milanese) corrisponde
a 2,7 calorie e quindi a 0,225 calorie per piatto.
Usi
Le
virtù dello zafferano sono note fin dall’antichità
ed è possibile trovarlo fra gli ingredienti
più usati nella preparazione dei medicamenti
contro la peste. I faraoni egiziani lo apprezzavano
per le sue virtù terapeutiche. Ippocrate
lo prescriveva in fomenti nei luoghi dolenti della
gota o reumatismi.
Plinio
il Vecchio lo apprezzava per le sue proprietà
terapeutiche contro le esulcerazioni dello stomaco,
petto, reni, fegato e polmoni; era inoltre ritenuto
utile per la tosse e il mal di petto, e per i suoi
effetti lussuriosi: studi recenti hanno dimostrato
che questa pianta ha caratteristiche simili a un
ormone stimolante l’ovaio, e che si riflette
in materia particolarmente utile sulla sfera sessuale.
Si può comunque affermare che l’ipotesi
afrodisiaca serva, in certi casi e circostanze,
a vivacizzare la mente stimolando gli ardori. Quindi,
lo zafferano può essere considerato un prodotto
lussurioso utile a stimolare la psiche.
La
Scuola Salernitana attribuiva allo zafferano proprietà
rallegranti che confortavano anche il fegato e le
membra.
Nel
medioevo era utilizzato contro il mal caduco e veniva
definito come un “elettuario angelico per
la peste”. Inoltre, veniva considerato un
dispensatore di allegria tanto da dire di una persona
ilare: “ha dormito su di un sacco di zafferano”.
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Dal
XIII secolo, con il rifiorire della vita cittadina,
con l’intensificarsi dei traffici in seguito
alle crociate, con il formarsi del primo embrione
della borghesia, oltre ai piaceri dello spirito trovarono
legittimazione anche i piaceri del corpo e la gastronomia
cominciò a corteggiare il gusto e a sensibilizzare
il palato. Secondo
un medico del XVI secolo, tal Ortensio Lando, anche
in periodo di quaresima, nella città di Taranto
si rischiava di diventare più larghi che lunghi
tanta era la bontà dei pesci cucinati con vino
ed erbe aromatiche; i ricettari traboccavano senza
pudore di torte di pesce allo zafferano, di brodetti
di seppie e di polpi con noci e mandorle.
Inoltre,
nel Monastero della Beata Colomba a Perugia è
stato ritrovato un vecchio ricettario di cucina del
1500, “Gola e preghiera nella clausura dell'ultimo
'500” dove sono presenti numerose ricette che
prevedono l'uso dello zafferano.
Per
quanto riguarda l’uso dello zafferano in cucina,
è necessario sfatare un luogo comune secondo
il quale nel medioevo le pietanze venivano speziate
per coprire il gusto della carne troppo frollata e
quindi rancida. Ciò non è vero in quanto
chi poteva acquistare le spezie, che erano un vero
e proprio status-symbol, poteva certamente far macellare
più di una vacca al giorno e quindi aveva meno
problemi di freschezza di quanti ne possiamo avere
noi oggi. Lo speziare i piatti era l'ostentazione
della ricchezza e quindi del potere economico che
aveva il padrone di casa (feudatario, signorotto,
vescovo, imperatore).
A
supporto di questa tesi basta menzionare il trattato
di morale ed economia domestica che un tal Ménagier
(così si firma), ricco e distinto funzionario
di sessantasette anni, forse vedovo, che aveva un
bellissimo palazzo nel centro di Parigi opulento di
arazzi e preziose suppellettili a cui accudiva uno
stuolo di domestici, scrisse sul finire del XIV secolo
per la sua sposa quindicenne: “ …i piatti,
appena si può devono essere colorati: il pollo
disossato, riempito di una farcia di carne, uova e
formaggio, va prima bollito e poi rosolato allo spiedo,
dorato con pennellature di tuorlo e zafferano”…
Per
quanto riguarda l’uso cosmetologico, già
nel 2000 A.C. a Creta lo zafferano veniva usato per
migliorare l’estetica femminile e in particolare
il seno delle donne, che veniva lasciato scoperto
e sostenuto da pettiere in oro e argento, con i capezzoli
colorati in rosso-aranciato, serviva appunto per fare
il rosso aranciato delle aureole mammarie e delle
labbra.
Anche nella civiltà babilonese, lo sviluppo
della cosmetica e il gemellaggio della stessa con
l’astrologia, portano in evidenza l’uso
dello zafferano insieme all’incenso e alla mirra,
bruciati in pregevoli e giganteschi brucia profumi
che seguivano in processione l’altare d’oro.
Presso
gli Assiri, lo zafferano aveva un grande importanza
e la leggendaria e bellissima Semiramide lo faceva
coltivare nei giardini pensili fatti costruire per
lei da Nabucodonosor.
Cleopatra,
in Egitto, ne valorizzò molto l’uso come
profumo.
Nei
fiorenti empori di cosmetici di Gerusalemme lo zafferano
era molto ricercato per fare dei profumi sacri destinati
prevalentemente all’uso liturgico e la sua polvere,
unità a l’Hennè veniva utilizzata
per tingere il viso. Il profumo di zafferano veniva
definito sacrale per la sua funzione di veicolare
la preghiera “che sale in cielo scorrendo sui
fiumi odorosi dell’essenza”.
Con
la civiltà greca tutti i trattamenti estetici
ebbero un prodigioso sviluppo. Il lato estetico era
talmente esaltato che ad Atene appositi magistrati
detti “Ginecom” multavano le donne che
trascuravano l’abbigliamento e la cura della
propria persona. Tra le materie prime importate dalla
vicine civiltà orientali c’era lo zafferano,
citato da Teofasto in una monografia circa la preparazione
degli olii profumati, olii che erano considerati molto
importanti per il risultato aromaterapeutico che veniva
riconosciuto alle essenze. I due profumi più
popolari ad Atene erano entrambi a base di zafferano:
il Susinum (di cui Plinio ci dà la composizione:
cannella, rosa, zafferano e mirra) ed il Crocinum,
fatto quasi tutto di zafferano. |