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Lo Zafferano dell’Aquila (registrato all’Albo Nazionale dei Sementi come Crocus Sativus L. cv Piano di Navelli – L’Aquila) è un cultivar tipico dell’Aquilano distinto agronomicamente e merceologicamente da quello prodotto in altre zone d’Italia e in altri paesi del mondo. |
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| Lo Zafferano dell’Aquila
è ricercato da secoli dai più esigenti
buongustai del mondo in quanto è il risultato
della combinazione di una serie di elementi che
nel loro insieme ne determinano la qualità
eccellente e non replicabile. Questi elementi sono:
un tipo di coltivazione unica che si tramanda nei
secoli di generazione in generazione soltanto in
questa zona, un territorio e un microclima che si
sono rivelati ideali per tale tipo di coltura ed
il duro lavoro di donne e uomini che ogni anno svolgono
con amore e disciplina ogni fase della produzione
nel rispetto della tradizione. |
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| Ecco
come lo scrittore Maurizio Maggiani inizia il suo
suo libro “La Regina Disadorna”, vincitore
del Premio Stresa per la narrativa nel 1999: |
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A
suo tempo i mercanti pensarono di portare con loro
dall'Oxiana anche le sementi dei bulbi, e cercarono
di diffondere ovunque la coltivazione di una droga
così rara. Purtroppo il croco sativo è
un piccolo fiore ostinato e difficile a domarsi;
ad oggi nel mondo intero non vi sono che undici
ben delimitate zone in cui la pianticella ha attecchito
e prosperato, e undici distinte qualità di
zafferano. O forse dodici. Intorno al Settecento
un tale Ibrahim Al Barrani, ricco mediatore e botanico
dilettante levantino, scoprì che triturando
finemente l'ovario e la corolla del fiore scartati
durante la raccolta, si otteneva qualcosa che a
prima vista poteva essere scambiato con la preziosa
materia degli stami. |
| Ferve
da allora una piccola industria di contraffazione
che porta nelle pentole di cuochi senza scrupoli
o poco esperti uno sbiadito succedaneo del vero
zafferano. Si
dice, ma non ci sono notizie certe a riguardo, che
l’arte della coltivazione dello Zafferano
dell’Aquila fu perfezionata nel medioevo da
un frate dell'ordine dei Domenicani. Il frate, di
ritorno nel suo paese natale nel contado Aquilano,
che secondo alcuni storici era Stiffe, dalla Spagna
dove era andato in missione per sopperire con la
predicazione alla miseria spirituale del popolo
cristiano e per combattere l’eresia, modificò
le pratiche colturali spagnole adattandole al clima
ed al suolo della zona. Per far ciò sviluppò
per la prima volta la coltura a ciclo annuale. Tale
pratica colturale aquilana differisce da quella
di altri Paesi come la Spagna, la Grecia, l’India
e come in Sardegna, dove in genere si usa lasciare
i bulbo-tuberi nel terreno dai 3 agli 8 anni (coltura
poliennale). |
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Per
raccontare la storia dello Zafferano dell’Aquila
è necessario considerare parte della storia
della Città dell’Aquila in quanto il
destino dell’uno influenzò la sorte
dell’altra e viceversa. Il più antico documento che testimonia la coltura e il commercio dello Zafferano dell’Aquila è un diploma di re Roberto d’Angiò del 1317 con il quale risponde positivamente ad una supplica dei mercanti aquilani di zafferano di proibire ai doganieri del luogo una seconda gabella (imposta) arbitraria gravante sulle merci preziose e quindi sullo zafferano (Antico Archivio Aquilano, V42, c.16v-17r). |
| Tale
commercio non poteva essere più antico in
quanto è con la fondazione della città
dell’Aquila nel 1254 che si creano nuovi flussi
commerciali e produzioni agricole e industriali
prima impensabili. La presenza della coltura dello
zafferano non sarebbe stata compatibile con una
economia di pura sussistenza. L’Aquila, grazie
ad un privilegio del 1376 ottenuto dalla regina
Giovanna I con il quale veniva confermato quanto
concesso da re Roberto d’Angiò in precedenza,
diventa una specie di zona franca esente dalle gabelle
e dalla quale era estremamente conveniente importare
e esportare merci. Inoltre, la frenetica attività
mercantile che correva lungo la via degli Abruzzi
ovvero lungo l’asse Napoli-Firenze aveva determinato
degli accumuli di capitali che dovevano essere reinvestiti.
Gli investimenti dei mercanti imprenditori erano
articolati e differenziati fra greggi, pascoli,
zafferano, appalti di gabelle, lana e seta. In questo
contesto, per favorire l’afflusso di denaro
fresco da reinvestire nella zona gli aquilani idearono
e utilizzarono il meccanismo della società
in accomandita che veniva calato, forse inconsapevolmente,
nell’antico contratto di soccida. Secondo uno studio effettuato dallo storico giapponese Hidetoshi Hoshino sui rapporti economici tra l’Abruzzo aquilano e Firenze nel Basso Medioevo, risulta che: “Un’altra merce importante quanto la lana e la seta era lo zafferano, preziosa spezia richiesta particolarmente nella zona germanica, il cui commercio era assai fiorente in alcune fiere di carattere internazionale, quali quelle di Ginevra nel sec. XV e di Lione del sec. XVI. L’attività esercitata dai mercanti norimberghesi in collaborazione con quelli aquilani per l’esportazione dello zafferano risale, secondo i documenti, agli anni ’40 del Quattrocento. Tuttavia, fino agli ultimi anni dello stesso secolo, quando si insediò all’Aquila una grossa colonia di mercanti germanici, al commercio partecipavano molti mercanti fiorentini che inviavano il prodotto a Ginevra, a Lione e a Venezia per via terrestre, passando per Firenze e Bologna. La merce poteva essere spedita naturalmente anche per via marittima, dalle città portuali abruzzesi a Venezia, dove risiedevano i grandi mercanti delle Germania meridionale.” …segue |
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Il
XV secolo fu per L’Aquila il periodo di maggiore
floridezza economica, culturale e spirituale: nel
1454, per volere di San Giovanni da Capestrano e
di San Giacomo della Marca si pose la prima pietra
della Basilica di San Bernardino da Siena, dove
tutt’oggi riposa il corpo del santo, la cui
costruzione fu finanziata anche grazie ad una gabella
sullo zafferano; nel 1458 re Ferrante I d’Aragona
firma il decreto con il quale concedeva alla Città
il diritto di aprire una propria Università;
nel 1481 Adamo da Rotweil, allievo di Johannes Gutenberg,
inventore della stampa a caratteri mobili, apre
nella città dell’Aquila una tipografia.
Insomma, tutto sembra contribuire al rinascimento
della Città: la cultura, l’arte, lo
spirito, il commercio e il benessere generale. |
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Lo storico Gian Michele Bruto nato a Venezia nel 1515, nel secondo volume delle sue Historiae Fiorentine scrive: “Aquila è una città dell’Abruzzo nota agli italiani e agli stranieri perché i suoi abitatori coltivano un territorio fertile a zafferano, del quale gran copia ogni anno manda nei paesi lontani. La città d’Aquila era fertilissima, e fra le più ricche di quelle regioni, a causa della gran gente, che da ogni parte vi conveniva per comprare lo zafferano, del quale come dicemmo, quel territorio è fecondissimo.” Il maggior volume di produzione dello zafferano si ha nel XVI secolo, ed esattamente a cavallo degli anni 1583 e 1584. Ma è proprio in questo secolo che a causa di una serie di guerre, di alcuni terremoti, della peste e delle sempre maggiori gabelle imposte dai monarchi spagnoli che si attivò un lento ma inesorabile declino della produzione dello Zafferano dell'Aquila. In particolare fu Carlo V a togliere alla Città dell’Aquila i privilegi acquisiti nel passato e gli aquilani, nell’estremo tentativo di difenderli subirono nel 1529 un saccheggio da parte del principe Filiberto d’Orange, viceré del Regno di Napoli, che in rappresentanza di Carlo V, diede l’ordine di costruire ad reprimendam aquilanorum audaciam il castello-fortezza dell’Aquila e impose alla Città il cosiddetto taglione di 100.000 scudi necessario per la costruzione dello stesso. Gli aquilani non sapendo come pagare questo taglione accetarono un'offerta dei commercianti tedeschi che si resero disponibili ad anticipare parte di tale somma in cambio dell'esclusiva e del controllo del prezzo dello Zafferano dell'Aquila. Con il passare del tempo e in mancanza di un libero mercato, la coltivazione si ridusse di anno in anno fino ad arrivare nel 1646 ad 1 kg contro i 4000 kg di due secoli prima. Durante la dominazione dei Borboni nel Regno di Napoli ci fu una graduale ripresa della coltivazione dello zafferano che si è drasticamente ridotta nel XIX secolo. |
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Oggi
lo Zafferano dell'Aquila è prodotto da pochi
coltivatori localizzati prevalentemente nella zona
della Piana di Navelli e commercializzato da poche
aziende agricole fra cui l’Antica Azienda
Agricola Peltuinum di Prata D’Ansidonia che,
dando minor peso agli aspetti quantitativi, si focalizza
sul raggiungimento degli standard di qualità
che da secoli rendono lo Zafferano dell’Aquila
un prodotto unico e ricercato dai più esigenti
buongustai del mondo. |










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